paracarro.
“Poi però penso al fatto che forse l’altra persona potrebbe essere non su una spiaggia caraibica ma anche lei dallo psichiatra, un altro psichiatra, a parlare di un trauma o di tutto quello che ruota intorno a quel trauma, e in certi casi i due traumi coincidono, aver subìto e aver causato, anche se uno non lo sa, ci sono dolori che si condividono e che ci legano, che magari si esprimono e diramano in modo diverso ma che partono da una stessa origine, come un nodo, e allora mi immagino queste due persone, che si sono fatte del male a vicenda senza saperlo o forse sì e che hanno le vite incasinate per lo stesso motivo ma senza saperlo o forse sì, sdraiate su un lettino nello stesso momento, che parlano a due persone diverse dello stesso problema senza soluzione che le affligge da sempre, e penso che se ci fosse il modo di prendere i due lettini e trascinarli piano piano attraverso le città in mezzo al traffico fin nella stessa stanza senza però che i due se ne accorgano e mentre parlano, in modo che ciascuno finisca per raccontare all’altro il proprio trauma dell’altro ma senza saperlo, be’, allora forse lì potrebbe esserci uno scioglimento, una soluzione, una riconciliazione, eccetera eccetera, ma in ogni caso, meglio ancora, penso che convenga, quando uno ci sta infliggendo un trauma, cioè prima di finire dallo psichiatra o preda di malinconie e incubi eccetera, infilargli una mano in bocca e strappargli via una fila di denti dalla carne viva, che poi un giorno magari ci si ritrova tutti e due sulla spiaggia caraibica invece che dallo psichiatra, a bere sdentati succhi di frutta con la cannuccia e a raccontarsi all’infinito, senza rimpianti ma con reciproco rispetto, di quella volta che più o meno senza volere ci si è indelebilmente scavati dentro.”
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Non bisognerebbe leggere altro all’infuori del Maestro. Eppure lo so da anni, che è così, eppure continuo a disperdermi tra ottomila blog e diecimila twitter e due/tre persone. Oltre questo, non c’è nulla, oltre al cavarsi i denti e bere sdentati sulle spiagge caraibiche, non c’è veramente nulla da aggiungere e adesso basta, non ho veramente più voglia, di guardare indietro, non ho più veramente voglia di controllare i voli intercontinentali, il tuo blog, i cavalcavia in ristrutturazione, le mail alle 19 mentre sono al lavoro, i film in francese, le stanze d’albergo, le cose da nascondere, i toni della voce, c’è abbastanza acqua per tutti noi pesci rossi, c’è abbastanza acqua che sale fino alle caviglie e ci trascina in piscina anche se non vogliamo, o non possiamo, o non dovremmo, infilatevi tutti i verbi dove dico io, sì, proprio in quel posto lì, le suole delle scarpe, e camminateci sopra, e poi basta, e poi andiamo a teatro, balbettiamo, laviamoci le lenti degli occhiali e asciugamole con la carta igienica, prenotiamo il dentista, e poi basta, basta, basta lettini da psichiatria, via i denti e le inquisizioni, via le microspie e i trofei sul caminetto, via le teste imbalsamate degli animali, chiudiamo gli zoo, e basta, andiamoci a prendere sotto casa, e basta, e basta, e basta.